La psicoterapia cognitivo-comportamentale

Pubblicato il 8 febbraio 2009

La psicoterapia cognitivo –comportamentale è ad oggi una tra le psicoterapie più diffuse nella pratica clinica. È la combinazione della terapia comportamentale e della terapia cognitiva.

La terapia comportamentale nasce in America nella prima metà del ventesimo secolo e prende inizio dai primi studi sperimentali di I.P. Pavlov sui riflessi condizionati e dagli studi sul condizionamento operante di B.Skinner. Secondo tale approccio, l’ambiente offre ricompense e punizioni che modellano e mantengono il comportamento. I sintomi sarebbero quindi risposte condizionali disadattive.

La psicoterapia cognitiva ha origine negli anni sessanta dagli studi sperimentali sui processi di pensiero attraverso la simulazione al computer, studi che hanno permesso di elaborare le prime teorie in grado di spiegare come avvengano i processi mentali. In questa ottica, l’uomo elabora informazioni e crea teorie che guidano la sua azione nel mondo. Le manifestazioni psicopatologiche sarebbero il risultato di errori sistematici e di una percezione e interpretazione degli eventi distorta e travisata.

Fedeli alla prospettiva che le reazioni delle persone sono determinate dalle loro cognizioni rappresentative di se stessi e del mondo, piuttosto che da ciò che accade concretamente le strategie cognitivo-comportamentali trattano quindi sia i processi di pensiero che i comportamenti. La loro cornice di riferimento è psico-educativa. Per riuscire a correggere i comportamenti disfunzionali del paziente è necessario intervenire sulle elaborazioni cognitive che ne stanno alla base, esaminare le aspettative individuali circa le conseguenze delle proprie azioni, modificare l’ambiente in cui vive il soggetto ed aiutarlo ad acquisire quelle abilità cognitivo-comportamentali (coping skill) che gli permettano di realizzare uno stile di vita adattivo. Per fare questo i terapeuti cognitivo-comportamentali adottano tecniche standardizzate frutto della sperimentazione in laboratorio, la cui validità è comprovata da rigorosi studi scientifici. Tali tecniche aiutano il paziente ad esaminare con più efficacia la realtà attraverso una continua valutazione delle conclusioni personali e attraverso un graduale addestramento e una progressione di prescrizioni comportamentali permette allo stesso paziente di acquisire nuove abilità per poter affrontare in modo più funzionale le situazioni vissute precedentemente come difficili.

L’approccio cognitivo-comportamentale ha precise caratteristiche distintive. Enfasi sull’empirismo, sulla misurabilità, sull’oggettività e valutazione empirica. Enfasi sul presente, quindi sul funzionamento attuale della persona e orientamento all’azione (come piuttosto che perché). Lo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale rende attivo il paziente nella definizione degli obiettivi da raggiungere con la terapia delineando la strategia più consona alle esigenze evidenziate e stabilendo scadenze per la valutazione degli effetti del trattamento. La durata della terapia è limitata nel tempo: da un minimo di due mesi a un massimo di ventiquattro.

L’approccio cognitivo-comportamentale risulta efficace per una larga varietà di problemi di tipo clinico ed è indicata nella cura dei disturbi d’ansia e dei disturbi depressivi.

Bibliografia:

  • E.Giusti, C. Montanari, A. Iannazzo, Psicoterapie integrate: piani di trattamento per psicoterapeuti. Masson, Milano, 2000
  • Davison. G. C., Neale. J. M., Psicologia clinica. Znichelli, Bologna, 1994
  • Sanavio. E., Cenni di psicologia cognitiva e comportamentale (Santonastaso. P., a cura di), Masson, Milano 1994.