Paura, ansia e fobie: Ipotesi psicofisiologiche ai disturbi d’ansia
Pubblicato il 1 luglio 2009
Dal punto di vista clinico, non sempre è possibile distinguere nettamente tra paura ed ansia. La “paura” connota uno stato emozionale specifico che si innesca in presenza di una minaccia o di un pericolo, è riferita ad eventi esterni, reali ed identificabili. L’ansia, invece si manifesta in situazioni percepite come minacciose, in modo particolare, a seguito di una elaborazione cognitiva erronea o immaginaria.
E’ possibile che l’ansia rimanga come residuo di episodi di paura oppure che, stati d’ansia sfocino in paure specifiche. Spesso, la paura manifesta reazioni eccessive ed irrazionali ad eventi minacciosi e tende ad indurre un comportamento di fuga o di allontanamento. Nell’ansia prevale invece un resoconto confuso di minaccia incombente da parte del soggetto, il quale vede preclusi la maggior parte dei comportamenti adattivi quotidiani.
Intorno agli anni ’90 Lang elaborò il modello “tristemico” sulle emozioni, utilizzato anche per l’ansia. Secondo tale modello, l’attivazione emozionale è data dalle seguenti componenti:
- fuga o evitamento;
- attivazione fisiologica (viscerale e muscolo-scheletrica);
- resoconto verbale o componente soggettiva dello stato emozionale.
Fattori determinanti per l’elaborazione dell’informazione sono la memoria e l’immaginazione. La persona che si trova di fronte allo stimolo temuto, o che semplicemente lo immagina, elabora immediatamente gli input provenienti dallo stimolo-evocante, ma anche dal contesto in cui si presenta. Tale elaborazione è anche influenzata dai comportamenti messi in atto e dalle reazioni somatiche. Tutte queste informazioni si organizzano a livello mnestico, comportando, così l’innescarsi di una catena di reazioni, alla semplice presentazione di stimoli evocanti lo stimolo fobigeno originario. E’ quindi possibile che da un’iniziale tachicardia si scateni un attacco di panico. Anche la sola immaginazione dello stimolo può provocare le medesime reazioni. Questo ci fa riflettere, nuovamente circa l’importanza che hanno i nostri pensieri, e come essi possono, se disfunzionali, portare alla patologia (per un approfondimento si rimanda all’articolo della Dr.ssa Bruschi “ Quando i pensieri diventano disfunzionali”).
La teoria più riconosciuta circa la genesi della fobia rimanda al condizionamento classico. L’ansia e la fobia, sarebbero determinate dall’associazione tra eventi casuali ed uno o più episodi traumatici. La reazione di paura prodotta da questi ultimi, viene estesa e si stabilizza anche ai primi. La risposta di paura appresa, causa, come principale reazione, la tendenza all’evitamento che riduce così i livelli di ansia, portando così ad un mantenimento di questa nel corso del tempo.
Altre teorie affermano che le fobie possono originare dall’influenza esercitata da persone significative e da esperienze vicarianti.
L’ansia e le fobie generano uno stato di iperattivazione fisiologica. Nel soggetto fobico gli indici cardiovascolari sono tendenzialmente incrementati, la semplice presentazione visiva di stimoli fobigeni determina, come risposta di difesa da parte dell’organismo, un aumento del battito cardiaco e della pressione arteriosa. Risultano aumentati anche altri parametri fisiologici, come ad esempio il tono muscolare, il rilascio di ormoni quali il cortisolo e l’adrenalina.
La terapia cognitiva-comportamentale prevede, per la cura dell’ansia e delle fobie il ricorso alla desensibilizzazione sistematica, tecnica introdotta intorno agli anni ’50 da Wolpe i cui risultati sono innumerevoli, in particolare nella terapia delle fobie. Il principio della desenisibilizzazione sistematica è quello della inibizione reciproca. Alla persona che soffre di ansia e di fobie, si presentano stimoli ansiogeni (in immaginazione o in vivo) e contemporaneamente si induce uno stato di rilassamento. Questa incongruenza tra ansia e rilassamento determinerà la graduale riduzione, fino alla possibile scomparsa della paura (da qui il termine “desenibilizzazione”). Per poter applicare questa tecnica ed avere successo terapeutico è molto importante che la persona presenti una buona capacità immaginativa. Il rilassamento che si utilizza solitamente è quello di Wolpe, una variante del rilassamento muscolare progressivo di Jacobson. Questa tecnica permette di produrre un rilassamento differenziale nei diversi distretti muscolari e di generalizzare il rilassamento a situazioni di vita quotidiana. Il rilassamento di Wolpe permette di ottenere variazioni fisiologiche, in particolare a carico del tono muscolare, della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa., inoltre, attraverso il rilassamento, la persona con fobie, prende consapevolezza di una minore reattività alla stimolazione stressante.
E pensando a tutti coloro che lottano, ogni giorno, per fuggire dalle loro paure, e dalle loro ombre, vorrei concludere questo articolo con le significative, emozionanti e forse “terapeutiche” parole di Jacques Brel.
Conosco delle barche che restano nel porto per paura che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire hanno paura del mare a furia di invecchiare e le onde non le hanno mai portate altrove il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’ sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
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Conosco delle barche che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora ogni giorno della loro vita e che non hanno paura a volte di lanciarsi fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche che tornano in porto lacerate dappertutto, ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche che tornano sempre quando hanno navigato fino al loro ultimo giorno, e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti perché hanno un cuore a misura di oceano.
(Jacques Brel)
