La trappola della felicità

Pubblicato il 19 settembre 2010

Vorrei parlare di come, con l’intenzione di generare un’emozione chiamata felicità, la maggior parte delle persone tende a adottare un comportamento che porta ad emozioni opposte di insoddisfazione ed inadeguatezza. Per chi volesse approfondire ciò che verrà detto, i contenuti possono essere ritrovati nel libro intitolato “la trappola della felicità”  di Russ Harris edito dalla casa editrice  Erickson.

Le prime “trappole” che ostacolano la possibilità di stare bene possono essere  identificate in alcuni “miti” tramandati nella società.

Un primo “mito” parte dall’assunzione che la felicità è una condizione naturale di tutti gli esseri umani; questa assunzione è ampiamente smentita dall’alta probabilità che ognuno di noi nel corso della vita possa sviluppare un disturbo psichiatrico; se si prende in considerazione l’infelicità causata da problemi non classificati come disturbi psichiatrici (solitudine, lutti, problemi relazionali, difficoltà di dare un senso alla propria vita  etc.), ciò dà l’idea di come la felicità, intesa come presenza continuativa di emozioni piacevoli, sia in effetti rara.

Perché è così difficile essere felici? Le nostre menti, in effetti,  non si sono evolute per farci sentire bene ma per aiutarci a sopravvivere; la priorità numero uno dei nostri antenati era non farsi uccidere; più i nostri antenati diventavano bravi a prevedere ed evitare il pericolo, più a lungo vivevano e più figli facevano. Ora, dopo 100.000 anni di evoluzione la mente è impegnata a valutare e giudicare tutto quello che incontriamo: è sicuro o pericoloso? E’ dannoso o utile?  Tutt’ora ci mette in guardia da pericoli che non sono più pericoli reali ma pericoli “psicologici” : l’abbandono, una malattia etc. Una persona che ha paura per esempio di essere abbandonata e di provare delle emozioni dolorose può tendere a non coinvolgersi nelle relazioni con gli altri come faceva l’uomo primitivo quando, avendo paura di essere mangiato da un leone, rimaneva nella sua tana al sicuro.

Tornando al primo mito, una persona che crede che la felicità sia una condizione normale e va in giro credendo che tutti siano felici eccetto che lui, ha una convinzione che genera ancora più infelicità.

Un secondo mito può essere riassunto nell’idea “se non sei felice, hai qualcosa che non va”; l’idea cioè che la sofferenza mentale sia anormale, una debolezza, una malattia.

Normali processi di pensiero di una mente sana conducono alla sofferenza psicologica.

La capacità di astrazione della nostra mente ci ha dato un grosso successo evolutivo ma, allo stesso tempo, ha comportato che possiamo soffrire per esempio anche solo immaginando con il pensiero qualcosa di negativo; già solo quando ci viene in mente che prima o poi perderemo chi amiamo possiamo essere assaliti da una profonda malinconia.

Un terzo mito è l’idea che, per vivere meglio, dobbiamo eliminare i sentimenti negativi. E’ impossibile vivere una vita piena e migliore se non si è disposti a provare emozioni spiacevoli.

Se per decidere di coinvolgermi nella mia vita aspetto di essere tranquillo e non avere paura, diventerò una barchetta ferma  in mezzo al mare che, piuttosto che rischiare di remare in una direzione a rendersi conto che è sbagliata e di avere investito energia inutilmente, sta ferma nell’attesa di essere sicuro che quella è la direzione giusta. Se, prima di affrontare un esame che mi smuove emozioni di ansia, aspetto di non provare mai emozioni negative, può essere che continui a rimandare il dare una direzione alla mia vita pur di stare tranquilla..

Un ultimo mito nasce dall’idea di dover essere capace di controllare ciò che si pensa e si prova;

è un’idea errata; molti esperimenti dimostrano come la ricerca di eccessivo controllo per esempio sui pensieri comporti un effetto boomerang . Se mi sforzo per esempio di non pensare ad una giraffa, il fatto di non doverci pensare comporterà una maggiore intensità del pensiero che diventerà più frequente proprio a causa dei miei tentativi di allontanarlo.

Molti messaggi educativi rinforzano l’idea di dover controllare le emozioni; per esempio il dire “non devi piangere” “cerca di essere più calmo” “dovresti controllarti un po’ di più” etc. inducono già nei bambini l’idea che le emozioni sono sotto il suo controllo e che tale controllo è da esercitare per non rischiare di avere una vita infelice e di incorrere nell’insuccesso.

Questi miti, credenze fanno in modo che si instauri spesso una lotta dentro di noi contro le nostre emozioni e i nostri pensieri; in chi soffre spesso c‘è una ruminazione costante sul perché ci si sente in un determinato modo con un profondo senso di colpa verso se stessi e gli altri; tipici pensieri sono “perché mi sento così??” “non dovrei provare queste emozioni, non c’è niente che non va nella mia vita..” etc.

Prossimamente continueremo  a riflettere  su questi aspetti; lo scopo è quello di una ricerca  della felicità intesa non come emozioni piacevoli ma come modalità piena di vivere la propria vita.

Dott.ssa Federica Bignotti