Rimugino e preoccupazioni che schiacciano

Pubblicato il 13 aprile 2010

L’essere preoccupati rispetto ad un evento o una situazione è un’esperienza normale comune a tutti che può avere un ruolo positivo e costruttivo quando spinge la persona a reagire, a risolvere i problemi e a ridurre l’ansia. Tuttavia, quando l’eccessiva preoccupazione sfugge al controllo e l’individuo si ritrova a pensare e ripensare costantemente alle cose che lo preoccupano, può arrivare a sentirsi schiacciato da questi stessi pensieri, ed il rimugino diventa patologico.

Il rimugino (o ruminazione) è un aspetto strettamente associato ai disturbi d’ansia, in particolare al disturbo d’ansia generalizzato. Si tratta di un comportamento costruttivo che l’individuo mette in atto al fine di evitare eventi negativi futuri, concentrando l’attenzione sul problema  e individuando possibili strategie di risoluzione. È una tendenza che nasce dal desiderio di controllare la realtà e si caratterizza per eccesso di pensiero, evitamento dei risultati negativi e inibizione delle emozioni. Con il rimugino i pensieri e l’attenzione sono concentrati verso la situazione che preoccupa e l’individuo è proiettato alla ricerca di strategie utili, evitando le situazioni di cui non può avere controllo o che possono rivelarsi per lui negative e fallimentari.

In origine il rimugino sorge come un processo adattivo associato alla funzione di sopravvivenza di fronte ad un qualcosa che spaventa e genera ansia. Il suo effetto è quello di mantenere alti i livelli di vigilanza in vista di un possibile danno, concentrando l’attenzione sul problema e spingendo a trovare soluzioni. L’eccessiva preoccupazione e rimuginazione tuttavia possono portare ad una sorta di cronicizzazione  in cui la ruminazione dei pensieri diventa incontrollabile e patologica.

Le persone che soffrono di ruminazione cronica, sono erroneamente convinte che il costante ripensare alle stesse problematiche consenta loro di tenere sotto controllo la situazione e di provvedere al futuro. La realtà è però ben diversa. Il continuo rimuginare, con i relativi pensieri ricorrenti, può diventare un ostacolo per l’elaborazione cognitiva: tali pensieri possono diventare incontrollabili interferendo con le altre attività cui l’individuo vorrebbe prestare attenzione e con il fronteggiamento efficace dei problemi. Da un punto di vista fisiologico si ha un’eccessiva stimolazione delle aree cerebrali che elaborano le emozioni e la paura. Di conseguenza l’individuo vive in un costante stato di ipervigilanza che può portare ad insonnia e che può ostacolare la capacità di reagire fisicamente al pericolo amplificando la funzione del sistema nervoso parasimpatico il quale, normalmente, ha il compito di rilassare il corpo e di riportarlo ad uno stato di giusto equilibrio dopo un’esperienza stressante. Sono presenti, inoltre, anche livelli più alti di attività nelle aree cerebrali deputate alle funzioni esecutive come il ragionamento, la pianificazione e il controllo degli impulsi.

L’eccessiva preoccupazione, quindi, non consente di poter affrontare al meglio gli stress e gli eventi che la vita ci sottopone.

Nelle sue forme gravi e patologiche il rimugino si svilupperebbe nelle persone che hanno la tendenza a percepire il mondo come un posto pieno di pericoli e/o in quelle che temono di non possedere le capacità di far fronte agli eventi della vita.

La terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento maggiormente utilizzato nella cura dei disturbi d’ansia e del rimugino cronico. Essa ha come obiettivo quello di aiutare il paziente a riconoscere i primi sintomi e segnali di rimugino malsano, imparando a distinguere preoccupazioni sane e costruttive da preoccupazioni inutili e distruttive, e trasformare gli schemi di pensiero negativi in schemi positivi e più funzionali.

Dott.ssa Annalisa Marchesini