Secondo diritto: rispetto di sé

Pubblicato il 4 novembre 2010

Salve a tutti.

Oggi voglio riprendere quello che avevo iniziato qualche settimana fa a parlarne, la lista dei vari diritti, soprattutto per le persone che soffrono, hanno grosse difficoltà nelle relazioni o difficoltà legate anche all’ansia sociale.

La volta scorsa abbiamo parlato dell’autonomia di giudizio, il primo diritto, dove si diceva che, non solo abbiamo il diritto di giudicare i nostri comportamenti e i nostri pensieri, le nostre azioni, di assumere le responsabilità accettandone le conseguenze. In poche parole di iniziare a ragionare in termini autonomi, assumendosi delle responsabilità, iniziare a diventare grandi, senza costantemente chiedere agli altri non dei consigli, ma chiedere agli altri quello che dobbiamo fare, quindi decentrare la propria crescita interiore affidandola a qualcun altro. Ecco, questo ci impedirà sempre di poter crescere. Metaforicamente è un po’come, parlando, è un po’ come un’azienda che non sta in piedi con le proprie gambe e qualcuno deve costantemente, costantemente finanziarla, finanziarla, finanziarla, ecco è un po’ la stessa cosa, costantemente chiedere agli altri, o affidarci alle scelte degli altri implica una deresponsabilizzazione e questo negli anni, siccome che la responsabilità e l’autonomia è un muscolo che si sviluppa, negli anni si costruiranno delle personalità estremamente fragili.

Ma quello che voglio parlare oggi è il secondo diritto, il diritto del rispetto di sé.

E’ molto legato all’autonomia di giudizio, ossia noi responsabili delle scelte, ossia di non giustificare il nostro comportamento adducendo ragioni e scuse. Spesso siamo cresciuti in un contesto sociale dove, oltre a insegnarci ad affidarci agli altri, a non responsabilizzarci, prima perché siamo troppo piccoli, poi perché non capiamo, poi perché non abbiamo le risorse, questo è il messaggio alla fine che viene mandato, ma anche di giustificare il comportamento, perché c’è una serie di norme sociali, non so bene chi le ha costruite, spacciate come verità, alle quali noi dobbiamo assecondarci, perché se non ci assecondiamo, sbagliamo. Una di queste norme sociali dice che noi dobbiamo sempre giustificare il nostro comportamento, non dobbiamo ferire il prossimo e quindi, se qualcosa non ci sta bene, non importa se non ci sta bene, dobbiamo farla, perché non dobbiamo ferire la persona che abbiamo di fronte sennò siamo degli egoisti e, se per una volta ogni tanto scegliamo la strada che ci rende liberi e sereni, e pensiamo che dall’altra parte qualcuno si sia offeso, dobbiamo giustificarci attraverso delle scuse. Io dico che si chiede scusa quando si sbaglia, quando si crea realmente danno a qualcuno, ma se non sussiste colpa non è necessario giustificarsi. Anzi, spesso che chiede a noi di giustificarsi, di giustificarci scusate, ha l’interesse di controllare i nostri comportamenti e i nostri sentimenti.

Ossia, creando il senso di colpa si riesce a manipolare le persone per fargli fare esattamente quello che noi desideriamo e quello che noi desideriamo non è sempre il bene delle persone, spesso è il nostro bene. Quindi scusate questo gioco di parole, non giustificate il vostro comportamento! Se qualcuno vi chiede qualcosa che a voi non vi sta bene dite “No!”. Poi non è un problema nostro se qualcuno sta male perché non facciamo quello che lui vuole, non è una persona che ci stima, non è una persona che ci vuole bene, è semplicemente una persona che vuole che facciamo quello che lui vuole, ma mentre facciamo quello che lui vuole non abbiamo tempo di fare quello che noi vogliamo. Ecco che qua entra il sociale, dicendo che siamo cattivi, che vogliamo male al prossimo, che non siamo altruisti. Domanda: perché mai nessuno ci ha insegnato a volerci bene? Seconda domanda: penso che chi ci voglia bene realmente voglia il nostro meglio, non il suo meglio.

Detto questo, vi saluto.

Dott. Davide Munaro