Tipologie di trattamento della fobia sociale

Pubblicato il 5 settembre 2010

La fobia sociale rientra nella categoria dei disturbi d’ansia. Si caratterizza per una marcata e persistente paura relativa ad una o più situazioni sociali o prestazionali, ossia quelle situazioni in cui è richiesta una prestazione che possa implicare una valutazione o una critica da parte di altri. All’eccessiva sensibilità al giudizio degli altri consegue sia disagio nelle relazioni interpersonali sia evitamento delle situazioni o prestazioni che potrebbero innescare tale disagio. La persona, infatti, teme di comportarsi in modo inadeguato in presenza di persone non familiari, di dimostrare l’ansia, di provare imbarazzo, vergogna, umiliazione, di essere criticata e giudicata negativamente e per ridurre questi stati tenderà ad evitare ogni situazione che teme possa essere fonte di disagio.

L’aspetto patologico deriva dal fatto che il timore e il disagio esperiti sono molto sproporzionati rispetto alla reale entità della situazione. Spesso infatti si manifesta anche in corrispondenza di situazioni di per se banali come il chiedere informazioni, telefonare a qualcuno che non si conosce, mangiare in un ristorante, lavorare in presenza di altri….

In presenza delle situazioni sociali temute, si possono presentare forti manifestazioni a carico del sistema nervoso autonomo quali: rossore, sudorazione, malessere gastrointestinale, palpitazioni, vampate di caldo, diarrea, tremori. Ciò comporta inevitabilmente un aumento della tensione e della distraibilità che porta la persona ad avere difficoltà nel terminare la prestazione. Questo produce sentimenti di inadeguatezza e di inferiorità a cui fanno seguito una diminuzione dell’autostima e un’aumentata tendenza a percepire gli altri come eccessivamente critici e disapprovanti.

Molto spesso chi soffre di fobia sociale manifesta anche marcata ansia anticipatoria, per cui inizia a preoccuparsi dell’evento già molto tempo prima (da alcune ora a alcune settimane prima).

L’esordio della fobia sociale pare essere tra l’adolescenza e la prima età adulta (15-25 anni).

Il DSM-IV distingue due tipi di fobia sociale:

  • semplice: quando la persona teme una o poche situazioni sociali,
  • generalizzata: quando la persona teme la maggior parte delle interazioni sociali.

Sul piano clinico esistono tre differenti ipotesi eziopatogenetiche delle fobie sociali:

  1. ipotesi del deficit primario: postula l’esistenza di un deficit primario di abilità sociali, per cui le difficoltà della persona si hanno a causa della mancanza di adeguati modelli e di esperienze di socializzazione rinforzanti;
  2. ipotesi della inibizione: si riferisce alla presenza di elevati livelli di ansia che impediscono la messa in pratica delle abilità sociali già presenti;
  3. ipotesi della distorsione cognitiva: l’ansia è prodotta di distorsioni cognitive come aspettative eccessive o irrealistiche, svalutazioni di sé e delle proprie capacità, percezione distorta del proprio comportamento.

Le tre ipotesi non si impongono come veri e propri modelli ne sono tra di loro escludentesi.

Secondo la posizione più recente del modello cognitivo, la caratteristica centrale del problema sarebbe un forte desiderio di dare una buona impressione di sé accompagnato da una grossa insicurezza e incertezza sulla riuscita di tale intento. Ne consegue che le persone temono di agire in modo inadeguato e inaccettabile in situazioni sociali, credendo che ciò possa avere conseguenze drammatiche come il rifiuto sociale e la riduzione dell’autostima. Questi pensieri attivano i sintomi d’ansia, che a loro volta diventano oggetto di preoccupazione da parte dell’individuo che teme un giudizio negativo degli altri proprio a causa della loro manifestazione. In questo modo si viene a creare un circolo vizioso: più la persona è preoccupata dalla sua prestazione, maggiore è la probabilità che il suo comportamento sociale sia effettivamente inadeguato. Ad aggravare la situazione vi è l’esame a posteriori della prestazione sociale da parte dell’individuo, che tenderà a connotarla negativamente perchè la sua valutazione sarà basata solo sulle proprie sensazioni e non sugli effettivi feedback ambientali.

Come per gli altri disturbi d’ansia anche per la fobia sociale il trattamento prevede un percorso psicoterapeutico in associazione eventualmente ad uno farmacologico.

Secondo il modello cognitivo-comportamentale l’obiettivo è quello di ridurre credenze e pensieri disfunzionali e distorti a favore di quelli più funzionali e realistici, ed insegnare abilità per gestire al meglio le situazioni sociali. Nello specifico la finalità riguarda il rimuovere le modalità di pensiero che alimentano l’ansia sociale, modificare l’ipervigilanza verso i segnali di possibile fallimento e ridurre le condotte di evitamento a favore dell’esposizione. Ciò viene fatto grazie a particolari tecniche, delle quali le più diffuse sono:

  • desensibilizzazione sistemica: mira a eliminare le risposte di paure e i comportamenti di evitamento attraverso la continua esposizione in vivo o per immagine agli stimoli ansiosi.
  • procedure di esposizione graduata: consiste nello stilare una gerarchia degli stimoli ansiogeni, i quali verranno affrontati uno ad uno partendo da quello meno ansiogeno per arrivare via via a quello fonte di maggiore ansia. A differenza della desensibilizzazione non prevede l’apprendimento di tecniche di rilassamento.
  • Flooding: si fonda sull’esposizione del soggetto direttamente alla situazione temuta senza possibilità di evitamento.

La cura farmacologica delle fobie sociali si basa principalmente su due classi di farmaci: gli ansiolitici e gli antidepressivi. Gli ansiolitici sembrano avere buona efficacia nella gestione della situazione in emergenza della manifestazione d’ansia, ma se ne sconsiglia l’uso continuativo perchè potrebbe associarsi a successive problematiche di dipendenza e assuefazione. Gli antidepressivi, invece, sembrano intervenire efficacemente nella riduzione dell’ipersensibilità al giudizio, alla critica e al rifiuto.

Dott.ssa Annalisa Marchesini

Bibliografia:

  • A. Galeazzi, P. Meazzani, Mente e comportamento. Giunti, 2004