Intervista ad Albert Ellis – Parte 2 di 3

Pubblicato il 27 dicembre 2011

Come ebbe l’idea della REBT?

Avevo studiato filosofia dall’età di quindici anni e scoprii che numerosi filosofi, in modo particolare Epitteto, avevano sostenuto che non sono gli eventi che ci accadono a generare il nostro turbamento, ma è il nostro modo di interpretare ciò che ci accade, la nostra “filosofia”. Quindi ho pensato: come posso rendere più semplice questo concetto? Chiameremo gli eventi che ci accadono A, “avversità”. Quindi chiameremo il nostro dispiacere, la nostra rabbia e la nostra tendenza a svilirci C, “Conseguenza”. Quindi vi è anche B, perché non è A che causa C. Forse indirettamente, ma non direttamente. La causa è in gran parte il nostro modo di vedere gli accadimenti. È questo include il nostro modo di pensare, i nostri sentimenti e il nostro comportamento. Quindi A più B è uguale a C.

Una delle principali caratteristiche che l’hanno (la REBT N.d.T.) fatta allontanare dalla terapia tradizionale a quel tempo fu che invece di supporre che le persone fossero disturbate a causa delle condizioni della loro infanzia, del modo in cui erano cresciute e a causa di famiglie disfunzionali, suppone piuttosto che le persone sono disturbate a causa di un modo di pensare irrealistico. Quindi non ha davvero importanza come siamo stati cresciuti, se in una famiglia affettuosa o in una famiglia problematica. La ragione dei nostri problemi è nel nostro modo di pensare, idee nella nostra mente, cose che diciamo a noi stessi ora, a prescindere di ciò che ci è accaduto nel passato. Questa è la principale differenza. Un’altra delle principali differenze consiste nel fatto che (la REBT N.d.T.) è basata su un modello educativo piuttosto che su un modello terapeutico o medico. Quindi io non mi sento davvero un terapeuta quando lavoro con i miei pazienti, ma piuttosto come un insegnante o un educatore. Insegno alle persone strategie, tecniche e concetti che poi esse possono applicare da soli, proprio come se stessi insegnando a suonare il piano, il francese o cose simili. Questo è un altro aspetto peculiare…

Avevo litigato con mia moglie e quasi per magia sono riuscito a passare dall’essere fortemente amareggiato a sentirmi certamente non felice per quanto accaduto, ma comunque in grado di affrontarlo. Per me è stato così, è stato come una lampadina che si è accesa. Molti provano una simile “illuminazione”, quando si sentono profondamente afflitti e all’improvviso sono capaci di cambiare se stessi ____________________ questa tecnica, senza medicine, senza bere alcool, senza distrazioni di alcun tipo, ma solo pensandoci. E’ piuttosto sconvolgente quando si prova per la prima volta.

La caratteristica principale della REBT è che è democratica. Non è per poche persone e certamente non per pochi benestanti, è per tutti. Fino ad ora ha raggiunto risultati rilevanti, ma c’è ancora molto da fare per mostrare alle persone che esse si angosciano stupidamente e senza necessità e poi ingiustamente incolpano altri della propria condizione. Le persone devono seguire tre principi filosofici dalla culla alla tomba, ma ci vuole tempo per comprenderli a fondo: siamo in grado di accettare noi stessi incondizionatamente, USA, di farci accettare dagli altri incondizionatamente, UOA, di accettare la vita incondizionatamente, ULA. Le persone in questo modo non saranno sempre felici in modo delirante, ma saranno molto più felici di quanto altrimenti potrebbero essere.

Alcuni hanno descritto il carattere di breve termine della REBT. Considera questo elemento come un punto di forza?

Certamente. Di norma un ciclo terapeutico con i miei pazienti dura otto o dieci sedute. La sua breve durata è certamente un punto di forza poiché non ha molto senso che un paziente prosegua una terapia per anni senza ottenere grandi progressi. Un altro suo punto di forza è che insegna a essere terapeuti di se stessi, poiché una volta che i pazienti hanno appreso tali concetti e tali tecniche possono poi applicarli da soli per il resto della loro vita.

Tratto da: http://www.ansiasociale.it/video/intervista-ad-albert-ellis-parte-2-di-3/

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