L’efficacia della comunicazione nei rapporti interpersonali e nella relazione terapeutica
Pubblicato il 15 gennaio 2011
Ognuno di noi è costantemente e quotidianamente impegnato in rapporti interpersonali con altre persone ed in scambi comunicativi. Ma quando comunichiamo siamo davvero consapevoli di tutti i processi e i risvolti che questo comporta? Io credo di no. Tante volte diamo tutto per scontato.
Per poter comprendere realmente gli effetti che una semplice comunicazione può produrre cerchiamo di partire dal comprendere che cosa significa comunicazione.
Il termine “comunicazione” deriva dal latino e letteralmente significa condividere. Chi pensa sia un semplice “mandare messaggi” si sbaglia. La comunicazione deve essere intesa sia come trasmissione, passaggio di informazioni, sia come relazione, mettere in comune.
Infatti, la comunicazione è un’attività complessa che si sviluppa necessariamente all’interno di relazioni interpersonali: affinché ci possa essere comunicazione, ci devono essere almeno due persone che interagiscono tra loro e che condividono un insieme di segni, suoni, significati (codice) nonché un insieme di regole e convenzioni che regolano gli scambi comunicativi.
“La comunicazione è uno scambio interattivo osservabile fra due o più partecipanti, dotato di intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in grado di far condividere un determinato significato sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione secondo la cultura di riferimento” (Anolli, 2003)
La comunicazione quindi è:
- un’attività sociale: sulla base di quanto detto sopra, per definizione si ha comunicazione solo all’interno di gruppi, intendendo con gruppi un aggregato di due o più persone;
- partecipazione: perché prevede la condivisione da parte dei soggetti coinvolti di significati e segni e l’accordo sulle regole basilari per ogni atto comunicativo;
- un’attività cognitiva: perché vi è stretta connessione con il pensiero. Attraverso l’atto comunicativo infatti, noi manifestiamo pubblicamente le nostre idee, credenze, conoscenze, pensieri…
- connessa all’azione: perché comunicare vuol dire sempre compiere un’azione, fare qualcosa nei confronti di qualcun altro.
Gli elementi costitutivi della comunicazione sono:
- comunicanti: i soggetti impegnati nell’atto comunicativo. L’emittente è colui che invia il messaggio. Il ricevente è colui che riceve il messaggio
- messaggio: è il contenuto di ciò che si comunica.
- canale: è il supporto fisico attraverso cui passa il messaggio. Può essere inteso sia come il mezzo tecnico utilizzato per la trasmissione del messaggio (telefono, fax, posta, mail…) sia il canale sensoriale coinvolto nella comunicazione (udito e vista sono quelli maggiormente impiegati)
- codice: è il sistema di segni, suoni e simboli che si utilizza quando si comunica, stabilito convenzionalmente dalla società e dalla cultura di riferimento (per esempio la lingua italiana). Affinché la comunicazione possa essere efficace e comprensibile è necessario che emittente e ricevente utilizzino un codice di riferimento che sia quanto più possibile uguale. Va da se che se ciò non avviene si avranno difficoltà di comunicazione e incomprensioni.
- feedback: è l’interscambio che avviene tra ricevente ed emittente, quando l’informazione di ritorno permette all’emittente di percepire se il suo messaggio è stato ricevuto e capito.

L’ambito psico-sociale, nello studio sulla comunicazione, ha focalizzato la sua attenzione sulla comunicazione in termini di interazione sociale, sostenendo che il processo comunicativo non è lineare bensì circolare. Grazie al feedback infatti, il ricevente invia al suo emittente un segnale che permette all’emittente di comprendere se il suo messaggio è stato recepito e compreso e quindi eventualmente se modificare il suo stile e il suo codice per adeguarlo meglio al ricevente. In questo modo il ricevente si trasforma a sua volta in un emittente e l’emittente in un ricevente, in un continuo processo circolare di scambio comunicativo.
Quando comunichiamo dobbiamo sempre tener presente che ci avvaliamo di due tipologie di comunicazione: la comunicazione verbale (cioè il linguaggio, le parole) e la comunicazione non verbale (comprende tutti quegli aspetti legati alla gestualità, alla mimica, alla posizione, al tono di voce, al ritmo e alle pause, all’abbigliamento….tutti aspetti che accompagnano la comunicazione verbale).
Di tutto ciò che noi comunichiamo, solo il 7% del significato viene veicolato dalle parole. Il 55% del significato è attribuito alla comunicazione non verbale (silenzio, sguardi, postura, smorfie, abbigliamento….), mentre il restante 38% viene comunicato dal tono di voce (cioè da come vengono dette le cose). Appare evidente da queste percentuali che, a discapito di quanto generalmente si pensa, ciò che più conta in una comunicazione sono gli aspetti non verbali piuttosto che quelli verbali. Infatti se mentre siamo impegnati in una conversazione, i gesti del nostri interlocutore sono discordanti con quanto sta esprimendo verbalmente, noi tenderemo a presta maggior attenzione ai suoi gesti per interpretare la sua risposta.
È quindi importante diventare consapevoli della nostra comunicazione, degli effetti che essa ha su di noi, sugli altri e sulle nostre relazioni, per poterla trasformare in una comunicazione efficace.
La consapevolezza è alla base dell’ EMPATIA, intesa come la capacità di mettersi nei panni degli altri, di capirne lo stato d’animo e il loro punto di vista. È l’abilità con la quale si riesce ad entrare in sincronia emotiva con l’altro. L’empatia è uno dei fattori determinanti affinché le relazioni interpersonali e quindi anche la comunicazione siano efficaci. È anche una delle abilità fondamentali richieste ad un buon terapeuta ai fini del buon risultato della relazione con il suo paziente.
Un altro elemento fondamentale ai fini di una comunicazione efficace, e quindi ai fini di una efficace relazione interpersonale e terapeutica, è la CAPACITÀ DI ASCOLTO. Innanzi tutto bisogna distinguere tre concetti che sono tra loro sinonimi ma solo in apparenza:
- udire: è la ricezione passiva di messaggi inviati da altri;
- sentire: è a un livello superiore perché implica un coinvolgimento emotivo;
- ascoltare: è un atto volontario di percezione e interpretazione del messaggio.
Saper ascoltare vuol dire quindi:
- ascoltare il punto di vista dell’altro anche se diverso dal nostro;
- non pensare a come controbattere mentre l’altro sta ancora parlando;
- non giudicare;
- non interrompere;
- fare domande per avere altre informazioni per capire bene;
- ascoltare attivamente, con interesse vero e non superficialmente.
Infine, un altro aspetto molto importante riguarda il cercare di adottare uno stile comunicativo quanto più possibile vicino a quello dell’altro. Questo significa avvicinarci all’altro cercando di farlo sentire il più possibile a suo agio. Nel concreto vuol dire per esempio adottare lo stesso tipo di linguaggio (tecnico, informale, formale…) oppure aver un tono di voce simile (alto, basso, forte, debole….). Non vuol dire imitarlo o scimmiottarlo, perché in tal caso otterremmo l’effetto opposto a quello desiderato!
Si tratta in realtà di aspetti che avvengono sempre in maniera più o meno spontanea in tutti noi. Il prenderne consapevolezza e il prestarci attenzione ne fanno semplicemente aumentare l’efficacia.
Ciò ha anche come vantaggio quello di poter ridurre eventuali livelli di tensione o stress e ridurre le incomprensioni, favorendo rapporti più profondi e soddisfacenti, sia in ambito interpersonale che in ambito terapeutico.
Dott.ssa Annalisa Marchesini
Bibliografia:
- L.Anolli, Fondamenti di psicologia della comunicazione. ed. Il Mulino
- Ruminati, Lotto, Fonzi A., Introduzione alla psicologia della comunicazione. ed. Il Mulino
- Arieli, Scotto, Conflitti e mediazioni. ed. Bruno Mondadori
- L. Cian, La relazione d’aiuto. ed. Elle Di Ci
