L’invecchiamento

Pubblicato il 4 giugno 2011

L’invecchiamento è quell’insieme di mutamenti fisici e psichici, non dovuti a malattia, che intervengono dopo la maturità, che sono più o meno comuni a tutti i membri di una specie, che riducono la capacità di adattamento allo stress e di mantenimento dell’equilibrio omeostatico.

Secondo l’approccio detto life span (arco della vita) bisogna considerare i cambiamenti che si verificano nel corso della vita di una persona, un continuo riequilibrio tra nuove acquisizioni e la perdita di alcune abilità.

Studi psicometrici hanno mostrato un declino legato all’età di quella che Cattel (1963) definisce Intelligenza fluida, e una certa stabilità di quella definita cristallizzata. La prima, basata su fattori di ordine biologico e fisiologico, consente di adattarsi a situazione nuove ed a nuovi problemi. La seconda, basata  sulle conoscenze e le abilità acquisite con l’esperienza, è strettamente legata alla cultura.

Le operazioni mentali di base, quali il ragionamento, la memoria, l’orientamento spaziale e la velocità percettiva, più direttamente legate alla biologia, subirebbero un declino più precoce e rapido, mentre le abilità che fanno riferimento alla cultura, come le abilità verbali e numeriche, resterebbero stabili e/o aumenterebbero fino ai 60-70 anni. Per far fronte alle maggiori difficoltà di ragionamento, gli anziani si servono di strategie fondate su apprendimenti acquisiti nel corso della vita.

Un aspetto centrale dell’invecchiamento cognitivo sul quale si sono concentrati gli studiosi è la memoria. E’ emerso che la memoria a breve termine non subisce particolari alterazioni dovute all’età, diversamente da quanto accade per la memoria di lavoro (sistema di mantenimento temporaneo e di manipolazione dell’informazione durante più compiti cognitivi). Anche la memoria dichiarativa, ossia tutte le conoscenze che possiamo recuperare in modo consapevole e volontario ed esprimere a parole, mostra più effetti legati all’età rispetto alla memoria semantica (conoscenze del mondo) e procedurale (riguarda i comportamenti appresi, es. andare in bicicletta).

Gli studiosi hanno osservato che la memoria episodica  ricordi di eventi) non subisce cambiamenti fino a 55-60 anni, dopodiché declinerebbe in modo importante, mentre quella semantica incrementa dai 35-ai 55 anni, e declinerebbe, ma in modo meno evidente, dai 65 anni. Per quanto riguarda la memoria autobiografica gli anziani ricordano con più facilità eventi remoti, acquisiti quando la memoria era più efficiente, rispetto a quelli  recenti.

Gli anziani hanno difficoltà nell’affrontare prove che richiedano il recupero esplicito delle informazioni legate ad eventi specifici avvenuti in un tempo e luogo preciso, e nel recupero del contesto degli eventi avvenuti. Secondo la teoria del deficit associativo avrebbero più difficoltà a  legare tra loro parti di un episodio in una unità coesa.

Infine, la memoria prospettica, grazie alla quale siamo in grado di programmare le azioni future e di rievocarle nel momento in cui devono essere messe in atto, è stata indagata distinguendola in memoria prospettica basata sul tempo e memoria prospettica basata sugli eventi. La prima, legata a meccanismi di controllo volontario subisce maggiormente gli effetti dell’età, rispetto alla seconda.

Un’interessante ipotesi dei deficit di memoria che incorrono con l’avanzare dell’età è stata fornita da Jennings e Jacoby (1993) , secondo i quali il declino delle prestazioni nelle differenti prove di memoria sia attribuibile ad un deficit specifico dei processi controllati, governati dai lobi frontali (Velanova et al. 2007). I processi controllati sono coscienti e necessitano l’uso consapevole dell’attenzione e della memoria, ed in generale delle risorse cognitive disponibili. Diversamente, i processi automatici sono innati o superappresi, legati allo stimolo, alla familiarità ed al contesto e difficilmente possono essere inibiti o disappresi.

Dott.ssa Gessica Adella

Bibliografia:

  • De.Beni,R., Psicologia dell’invecchiamento. Ed. Il Mulino