Terzo diritto: giustizia distributiva
Pubblicato il 9 gennaio 2011
Buongiorno,
oggi parliamo del terzo diritto. Tal diritto si chiama giustizia distributiva. Si riferisce alla possibilità che noi abbiamo di occuparci oppure no degli altri.
Quante volte ci siamo occupati di qualcun altro quando invece non desideravamo farlo, magari stavamo dormendo dopo una giornata faticosa e alle prime ore del mattino ci telefona qualcuno per dirci che sta male, che si è ubriacato e che dovremmo andarlo a prendere. Oppure altre volte ci siamo sentiti dire “cerca di comprendere la mia situazione, vieni ad aiutarmi”.
Io voglio oggi asserire a voi e dirvi che non dovete essere sottomessi e dipendenti dagli altri. Di trovare il centro dentro di voi, non andatelo a cercare in idee e concetti manipolativi, sta a noi decidere se impegnarci a loro favore, perché con ciò affermiamo da persone mature la nostra parità di diritto, senza trascurare le nostre esigenze. Noi decidiamo se occuparci oppure no degli altri.
Per spiegare in termini più ampi questo nostro diritto, chiamato appunto giustizia distributiva, dobbiamo imparare a contestualizzarlo all’interno, come dire, di un ambiente sociale nel quale siamo cresciuti. E’ ben noto, secondo me, che questo ambiente in cui cresciamo ci riempie di sensi di colpa, ci addossa e cerca di farci assimilare un falso buonismo oppure del moralismo ipocrita. Noi cresciamo in un ambiente dove dobbiamo occuparci degli altri, siamo noi responsabili e artefici del malessere e benessere degli altri.
Questo atteggiamento, scorretto perché fa in modo che noi non possiamo prenderci cura di noi e orientare l’attenzione alle nostre esigenze perché prima vengono sempre gli altri, ecco questo atteggiamento si consolida dentro di noi nel tempo. E’ un’abitudine, un’abitudine martellante che crea una gabbia, che ci impedisce di volare via, di essere persone libere mentalmente, e solo un domani dobbiamo fare una grossa lotta per spaccare queste catene per poter finalmente essere persone libere, mentalmente libere. Vedete è molto vantaggioso, perché ci manipola, sapere che attraverso questa catena ci può portare esattamente da qualsiasi parte. Noi invece dovremmo imparare ad affermare a noi stessi che non abbiamo il dovere di occuparci degli altri, se non lo desideriamo, e che gli altri dovrebbero imparare a responsabilizzarsi, crescere, e non pretendere che noi dobbiamo sacrificarci sempre per loro, e che questo sacrificio, se noi mai decidiamo di farlo, non è un loro diritto, e non è nemmeno un nostro dovere. Ricordate che se nella vita ci siamo conquistati qualche cosa con fatica, domandiamoci sempre “ perché rinunciare a questa cosa per qualcun altro?”, se veramente lo vogliamo, o se lo facciamo per appagare un senso di colpa. Perché in quest’ultimo caso è scorretto, perché dobbiamo iniziare anche a volerci bene, a rispettarci.
Io dico che dobbiamo imparare ad essere persone che pagano quando sbagliamo, e che gioiscono quando hanno conquistato qualche cosa che gli appartiene. Ecco i sensi di colpa all’interno dei quali cresciamo servono a farci sentire, hanno, secondo me, l’obiettivo di farci sentire sbagliati, hanno lo scopo di manipolare le nostre emozioni, per farci rinunciare a ciò che di diritto, ripeto, ci spetta. Nostri stati d’animo, nostre emozioni di base sono manipolati da insegnamenti scorretti quali tu devi sempre prenderti cura degli altri, tu sei l’artefice del benessere o malessere degli altri. Ecco a forza di dirlo questo insegnamento trova una radice dentro di noi, crea un substrato neuronale, un po’ come quando si impara una lingua straniera, a forza di provarci, di ripetere, di provarci, si radica dentro e prende forma dentro la nostra struttura neuronale, noi sappiamo tutti che per ogni comportamento c’è un substrato neuronale che si viene a formare. Ma in parole semplici intendo dire che questi stati d’animo diventano automatici. Provare sensi di colpa e pensare in modo passivo diventa un’abitudine per noi, è normale farlo. Ricordate che invece il senso di colpa è uno stato d’animo, è un’emozione che viene costruita culturalmente, non esiste di base. Dobbiamo imparare a riflettere, non abbracciare in modo passivo un modello educativo e crearlo come base della nostra vita, renderlo base della nostra vita, scusate. Se un ragazzo studia, ad esempio, e raggiunge una propria autonomia economica non vedo perché deve rinunciare alla propria autonomia per qualcun altro. Lo so che tutto ciò è di difficile comprensione, ripeto si è radicato dentro di noi, è come parlare l’ italiano, lo parliamo senza rendercene conto. In questo istante stiamo asserendo e affermando, anzi cercando di capovolgere un paradigma morale che ci ha resi schiavi per anni, probabilmente per molti di noi continuerà a farlo, anche perché è difficile cambiare le proprie opinioni. E’ molto difficile, poiché è molto più facile confermare i nostri pensieri che modificarli e risettarli per adattarli alla normalità dei fatti. Non siamo abituati a sentirci dire “ tu devi volerti bene, tu devi decidere se occuparti degli altri oppure no”. nessuno ha l’obbligo, lo ripeto per l’ennesima volta, di manipolare le tue emozioni, per fare in modo che tu possa rinunciare a qualcosa che ti appartiene, che ti sei conquistato, a meno che tu non lo decida in modo pulito e onesto. Dobbiamo imparare a cercare le risposte dentro il nostro centro, ossia il centro dev’essere dentro di noi e non dobbiamo andare a cercare le risposte, come fanno le persone fragili, esternamente, negli altri, o in idee o in strutture culturali che sono precostituite con l’unico scopo di portarci via la nostra libertà individuale.
Spero di avervi lasciato degli argomenti sui quali riflettere.
Buona giornata a tutti.
Dott. Davide Munaro
